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All'estero ci sono le grandi imprese. Anche per questo i giovani lasciano l'Italia

11 Gen 2017
Getty Images/iStockphoto

Perché i giovani italiani, soprattutto laureati, preferiscono in sempre maggior numero cercar fortuna all'estero? Non è soltanto questione di prodotto interno lordo che cresce troppo poco per produrre sufficienti posti di lavoro. C'è anche una ragione più tecnica: il sistema produttivo italiano, basato sulla piccola e media impresa, non è adatto ad assorbire forza lavoro particolarmente qualificata.

In altre parole, che se ne fa il Sciur Brambilla di laureati con una specializzazione e un master magari preso negli Stati Uniti o in Gran Bretagna o in altre prestigiose università estere?

Ad assorbire i laureati, soprattutto se altamente qualificati, dovrebbero essere le grandi imprese. Ma proprio questo è il punto: in Italia il perimetro delle grandi corporate tende da vari anni a ridursi. Dopo il venir meno delle partecipazioni statali con la privatizzazione a partire dagli anni Novanta, piano piano molte imprese sono passate di mano a proprietari stranieri, che hanno portato altrove la loro "testa". Negli anni più recenti ci si è messo anche il sistema bancario a contrarsi per via di una crisi economica epocale.

Morale della favola: ormai ci sono pochissime grandi imprese, molte delle quali - come Eni, Enel, Poste - sono ancora legate allo Stato. Sempre legate al settore pubblico ci sono le utilities locali e le tante partecipate comunali e regionali. Pochissime le medio-grandi e grandi società private: la Fiat, per esempio, ha delocalizzato molto e molti dei suoi investimenti finiscono ormai all'estero.

Nei posti di lavoro delle imprese a partecipazione pubblica e nel groviglio delle società locali non è facile per un giovane farsi strada. Perché per tutto il ceto politico che occupa centinaia di posti di sottogoverno la priorità è sistemare i propri figli e nipoti. Abbiamo visto che anche le banche, soprattutto quelle a forte valenza locale, sono state spesso usate dai politici per raggiungere i loro fini; indubitabile che anche qui i politici abbiano avuto una corsia preferenziale per sistemare i loro discendenti e i figli degli amici.

In conclusione: 1) il perimetro delle grandi imprese a guida italiana continua a restringersi da anni (si pensi soltanto a Bnl, Parmalat e Pioneer, passate tutte ai francesi, ma anche ad Ariston, Zanussi, Italcementi, Valentino, Bulgari, Fendi); 2) l'attività delle banche si è ridotta per via della crisi e ora si pensa soltanto a mandar via personale in eccesso; 3) le imprese dove è forte la presenza dello Stato o degli enti locali sono una riserva "naturale" per i figli dei politici; 4) nella pubblica amministrazione da anni si entra soltanto con contratti a termine, laddove i concorsi sono pochissimi.

Quindi non c'è da stupirsi se i migliori laureati italiani, comunque quelli che hanno imparato abbastanza bene almeno la lingua inglese, che non siano figli di politici e loro affiliati, cerchino sempre di più un impiego all'estero. Vanno dove ci sono le grandi imprese, dove c'è un'organizzazione societaria capace di assorbire una grande quantità di professionalità d'alto livello.

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